CINEMA E MUSICA
Adriano Angelini Sut
BIG MUSIC, nomen omen per il ritorno dei Simple Minds. Grande musica.

E chi se lo aspettava. Dopo averli visti in concerto alla Cavea dell’Auditorium romano quest’estate ho pensato che fossero sì ancora un bel gruppo ma parecchio sul viale del tramonto. Solo i vecchi pezzi riuscivano a scaldare un pubblico che, evidentemente, dagli inizi degli anni’90 li aveva seguiti ben poco. Invece i Simple Minds dell’imprevedibile Jim Kerr sfornano il 16esimo album in studio, a cinque anni dal tiepido “Graffiti Souls”, e spiazzano tutti. Si chiama “Big Music” ed è un disco di grande musica, appunto, soprattutto perché la band scozzese, evidentemente presa da un irrefrenabile impeto anniottantesco, ha deciso di riproporre il sound di quegli anni. Bisogna infatti tornare ai tempi di “Sons and Fascinations” per ritrovare ritmi e atmosfere del genere. Anche la voce di Kerr sembra ringiovanita. I primi tre pezzi emanano vigore ed energia new wave come fossimo atterrati con la macchina del tempo a un loro concerto a Glasgow quando Jim ancora flirtava con la vecchia tigre front woman dei Pretenders, Chrissie Hynde. Blindfolded, Midnight Walking e Honest Town. I primi due usciti anche come singoli. Ariosi e pregni di tastiere, batteria pompante e invito al sogno, come del resto faceva tutta la new wave di quel tempo. Con Big Music, la title track, capiamo che sanno ancora fare un bel rock da stadio. Human è la più deboluccia perché costruita per assomigliare troppo a loro stessi. Blood Diamonds nella sua semplicità melodica quasi commuove. La voce di Kerr a tratti è come se evocasse il suo fantasma e quello si presentasse davvero. Let The Day Begin è strepitosamente Simple Minds nella sua cavalcata rock sfrenata e scanzonata. Concrete and Cherry Blossom è un altro tuffo in un passato pop che osa rifarsi il verso senza offendersi. Tutto è belletto pop rock, perfettamente riprodotto da un arrangiamento un po’ sporco ma efficace ed easy listening. Non potrebbe essere diversamente. Il coraggio sta nell’aver realizzato un album doppio, 18 brani, e farlo filare liscio come fosse una produzione fresca di una band di giovincelli. Imagination è più che convincente nel suo riff quasi dance di “Money can’t buy imagination”. Kill or Cure è, insieme a Blidfolded, probabilmente il pezzo più riuscito. Kerr che imita Billy Idol nei primi versi è giocosamente oltraggioso, il resto scivola verso un ritornello facile e ammaliante. Broken Glass Park è un altro pezzo tormentone che ipnotizza alle prime note di tastiera, come se lo conoscessi da sempre. Dici; possibile? Dove l’ho già sentita? Spirited Away, inizia à la Royksopp e finisce come una ballad ripetitiva. Forse troppo easy ma di sicura presa. Swimming Towards The Sun, un elettro intensa che cresce un po’ sincopata e senza sussulti, dà inizio al secondo disco fatto da 5 pezzi, più l’extended version di Blindfolded. Si sono pure presi la briga di rifare due cover da niente: Riders on The Storm dei Doors e Dancing Barefoot di Patti Smith. Che non sfigurano affatto, soprattutto la seconda.
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Simple Minds
2014 Sony Music
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