CINEMA E MUSICA
Pina D'Aria
Brilli ma non troppo: " Americana " di Neil Young e i Crazy Horse
Spazzate dalla mente Nashville e il country, evitate paragoni con Guthrie, Cash e compagnia bella, tornate, se ci riuscite, alla prateria e alla frontiera, alla carovana, ma in quell'atmosfera, anziché dei cafoni alla ricerca dell'eldorado, piazzateci Americana la miscellanea folk di Neil Young e i Crazy Horse al completo. Immaginate perciò gli evoluti coloni, quali si mostrano questi artisti, che se ne intendono di cultura peyotil e di psikedelia, riprendere allegramente le ballate di una tradizione nord europea che si è poi radicata negli USA.
E' un divertissment, è una fatica svolta da amici tra cui si mescola anche Stephen Stills mentre la chitarra piangente e rock di Neil, che ha ispirato persino il grunge, il suono di Seattle, si distingue per quel suo lirismo garage. E qui Link Wray potrebbe dire la sua... Torniamo però alla trasognante e fantascientifica antologia in cui il canto corale la fa da padrone, talvolta in maniera ossessiva ma non enfatica come in "Tom Dula"; il coretto si fa acido nella martellante "Oh Susanna" e la nenia elettrica di "Clementine" si trasforma in un paesaggio oltre le porte della percezione, altro che cowboys e carabine. In "God save the queen" le voci inneggiano convinte benchè l'effetto non risulti fanatico, anzi, serpeggia la consapevolezza che dio salvi solo la regina ogni volta, puah! Per certi versi "Wayfarin' stranger" è un po' desperate a fronte di una scherzosa "This Land is your land" in cui anche la chitarra è molto slang e in "Gallows Pole" avrei visto bene un violino. Il saltarello – nocturn way - di "Travel on" si contrappone a "Jesus Chariot" dal riff febbrile, o sostenuto, che spinge alla danza, al vortice e "High flying bird" è molto peyotil, un trip più grezzo e forte, sempre per evocare pionieri e canyons, della pur bellissima versione dei Jefferson Airplane. Del resto il sound della West Coast, di Crosby, Stills, Nash e Young è qui menzionato come un soffio, senza pesantezze citazioniste e per sincera adesione a un'idea sioux di selvaggio, d'incontaminato e di armonia, piuttosto che all'idea incolta di selvaggio dei Bianchi... In "Get a Job", nel 1958, le Silohuettes avevano impresso una modernità canora al pezzo che la tribù di Young ha trasformato in un twist percussivo; per i neri del dopoguerra doveva essere il brano cool, per i meticci Crazy Horse avviene la trasformazione in omaggio, a mo' di dedica, ai pellerossa, agli indigenti, ai perseguitati per razzismo. Che altro aggiungere? Neil Young e i Crazy Horse sono stupendi, un po' ripetitivi eppure sorprendenti e innovativi.
Neil Young & Crazy Horse
Americana
Reprise 2012
E' un divertissment, è una fatica svolta da amici tra cui si mescola anche Stephen Stills mentre la chitarra piangente e rock di Neil, che ha ispirato persino il grunge, il suono di Seattle, si distingue per quel suo lirismo garage. E qui Link Wray potrebbe dire la sua... Torniamo però alla trasognante e fantascientifica antologia in cui il canto corale la fa da padrone, talvolta in maniera ossessiva ma non enfatica come in "Tom Dula"; il coretto si fa acido nella martellante "Oh Susanna" e la nenia elettrica di "Clementine" si trasforma in un paesaggio oltre le porte della percezione, altro che cowboys e carabine. In "God save the queen" le voci inneggiano convinte benchè l'effetto non risulti fanatico, anzi, serpeggia la consapevolezza che dio salvi solo la regina ogni volta, puah! Per certi versi "Wayfarin' stranger" è un po' desperate a fronte di una scherzosa "This Land is your land" in cui anche la chitarra è molto slang e in "Gallows Pole" avrei visto bene un violino. Il saltarello – nocturn way - di "Travel on" si contrappone a "Jesus Chariot" dal riff febbrile, o sostenuto, che spinge alla danza, al vortice e "High flying bird" è molto peyotil, un trip più grezzo e forte, sempre per evocare pionieri e canyons, della pur bellissima versione dei Jefferson Airplane. Del resto il sound della West Coast, di Crosby, Stills, Nash e Young è qui menzionato come un soffio, senza pesantezze citazioniste e per sincera adesione a un'idea sioux di selvaggio, d'incontaminato e di armonia, piuttosto che all'idea incolta di selvaggio dei Bianchi... In "Get a Job", nel 1958, le Silohuettes avevano impresso una modernità canora al pezzo che la tribù di Young ha trasformato in un twist percussivo; per i neri del dopoguerra doveva essere il brano cool, per i meticci Crazy Horse avviene la trasformazione in omaggio, a mo' di dedica, ai pellerossa, agli indigenti, ai perseguitati per razzismo. Che altro aggiungere? Neil Young e i Crazy Horse sono stupendi, un po' ripetitivi eppure sorprendenti e innovativi.
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