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Il Paradiso degli Orchi
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INTERVISTE

Christian Frascella

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Questi sono i fratelli della Foca Monaca?



No, sono ragazzini alla ricerca di un motivo per crescere in un paesino inventato del Centroitalia. Organizzano una rapina per bruciare le tappe e sentirsi adulti. La foca monaca ha solo un fratello, e che fratello! Ma, dal momento che c'è un po' dell'autore in ogni personaggio, e che prima di tutto sono stato fratello della Foca, anche loro ne sono parenti, in qualche modo.



'Sette piccoli sospetti' che sono piccole parti di te quindi.



Sì. Tutti e sette posseggono miei pregi (pochi) e miei difetti (la quasi totalità del loro carattere)- però loro sono più simpatici e si impegnano maggiormente rispetto al sottoscritto. Che un po' li ha inventati per questo.



Da dove escono fuori le storie di questi dodicenni?



Dal plot di partenza. Mi sono chiesto: e se dei ragazzini decidessero di svaligiare una banca? Li ho messi in movimento, ho dato loro parola, poi li ho contati ed erano sette. Ognuno doveva essere diverso e simile all'altro. E volevo che oltre gli scazzi e le piccole invidie, vincesse l'istinto alla solidarietà, che dovrebbe essere una costante anche della vita adulta.



Sei passato dal "monologo introspettivo" al romanzo corale quasi di formazione, cosa hai trovato di nuovo e cosa di sbagliato nel tuo stile?



La storia che volevo raccontare aveva bisogno del narratore totale, che seguisse i personaggi nel loro sviluppo. Nel primo libro il protagonista era sempre in scena, il suo punto di vista era 'planetario', ed era quello a renderlo particolare. Qui ho dovuto lavorare su sette situazioni per intrecciarle in una sola. E' stato difficile, ma molto soddisfacente. Non c'è molto di sbagliato in uno stile. A volte manca solo la storia con cui aiutarlo. Io ho avuto fortuna entrambe le volte, credo.



Se ti dicessi che hai giocato sporco con la storia incentrata su sette ragazzini che da subito prendono le simpatie del lettore, che mi diresti?



Che staresti dicendo una cazzata, e lo sapresti. Era più facile farli apparire piatti e scontati che vivi e simpatici. C'è voluto un bel po', diverse stesure, e molta pazienza. Unita a una voglia di raccontare. Poi non tutti risulteranno simpatici a tutti. Ed è giusto così.



I personaggi sono meno arrabbiati del giovane di "Mia sorella" o la rabbia a quell'età è talmente esplosiva da non essere riconoscibile?



Il personaggio della Foca Monaca era arrabbiato e sapeva perché: madre fuggita, padre alcolizzato, sorella andata via di testa per la religione. Questi sette non sanno perché sono arrabbiati, sanno solo che manca loro qualcosa. E sono disposti a tutto per capire cos'è. E' questa la molla che li spinge, non il denaro.



Se ti dicessero che stai per morire e che però potresti salvarti reincarnandoti in uno dei tuoi protagonisti, chi sceglieresti e perché?



Vorrei rinascere Lonìca, aspirante pugile e vero piccolo eroe della storia. E' quello che sta messo peggio. Però ha le palle per andare avanti. Anche se, in definitiva, non vorrei morire di questi tempi. Tu?



Ci sono tuoi rancori passati tra le pieghe di questa storia di gruppo?



Ogni individuo cova dentro di sé del rancore. Non mi sono mai fidato di chi pareva attraversare il mondo con esaltazione e felicità e altruismo. Quelli sono i tipi peggiori - da fuggire come la peste. Perciò tutti e sette i ragazzini si portano addosso rancore e a volte invidia. Sono umani, non fingono. Almeno non molto bene, ancora.



Di nuovo la provincia, ma cos'è per te?



La provincia è il mondo. La periferia contiene tutti gli elementi di qualunque società, e li esaspera. Proprio per questo in provincia si sta peggio che altrove. Il mondo, in definitiva, è una porcheria.



Dopo "Mia sorella è una foca monaca" come ti sei sentito quando hai dato alle stampe questo nuovo romanzo?



Prima della Foca Monaca non credevo avrei mai pubblicato un libro. Dopo quello, ho capito che ce la potevo fare - storia permettendo. Quando è finito l'editing di Sette piccoli sospetti, ero più vivo che mai. E pronto al prossimo romanzo.



Cosa sono l'attesa e l'aspettativa per te?



Dipende da cosa aspetti e da quanto c'è da aspettare. Di solito le attese mi snervano. Non sopporto le code, i ritardi di treni e aerei, gli 'ancora qualche minuto' che durano un anno. Ma chi li sopporta?



Come si vince la timidezza?



Non si vince. Impari a conviverci. Te la porti addosso dappertutto. Per mascherarla a volte diventi arrogante. E la gente pensa le cose peggiori dei timidi arroganti.



Chi era Frascella, prima e chi è Christian dopo, il suo successo editoriale?



Il successo è un battito di ciglia. Va, viene, va. Spero sempre di rappresentare un caso editoriale, e mai un caso umano. Guardo sempre gli annunci di lavoro. I piedi li preferisco ben piantati a terra. Anche gli scrittori sono precari. Soprattutto perché i lettori sono volubili. E se ieri andavi bene, chissà domani.



Qualcuno diceva che si dovrebbe scrivere senza pensare di essere letti. È così?



No, è una balla. Io racconto storie. Voglio che la gente le legga. Altrimenti che scrivo a fare? Tanto varrebbe giocare a ping pong contro il muro tutto il santo giorno. Chi scrive per se stesso probabilmente non ha niente da dire.



Cosa ci riserva il futuro di Frascella?



Qualche buona storia da raccontare. Oppure qualcosa che non so e che mi interessa.





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