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CLASSICI

Alfredo Ronci

Un vero peccato dimenticarlo: “Moscardino” di Enrico Pea.

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Spesso ci è capitato, durante i nostri studi dei classici, di essere incappati in autori che, nonostante alcune considerazioni dei critici, o anche degli scrittori, fossero state di un certo peso e anche di una certa importanza (tralasciamo quelli che sono stati, colpevolmente, ignorati sia dagli uni che dagli altri) non hanno lasciato impronta di sé, meglio ancora, nonostante l’abbraccio di colleghi ed esperti, non sono stati per niente significativi, anche se poi, nel corso degli anni, tra manifestazioni ed altro, la cappa di silenzio scesa su di loro in qualche modo è stata spolverata.
Uno di questi è Enrico Pea. Lo scrittore lucchese nato nel 1881, da molti esperti del settore è considerato un punto di riferimento essenziale nella letteratura toscana e nazionale. Non solo, alcuni “monumenti” della nostra narrativa e non solo, hanno lasciato veri e propri peana dell’arte del letterato toscano, come per esempio Italo Svevo (che non era di grande parola) che una volta scrisse a proposito del Moscardino: Un libro veramente strano e mirabile, certe sue pagine sono di una forza e di un’evidenza che fanno invidia.
Oppure Ezra Pound che arrivò a dire: E’ arrivato il momento di annunciare che l’Italia ha uno scrittore, ed è parecchio che non affermo che alcun paese ne abbia uno.
Parole queste che indubbiamente pesarono allora e che oggi, a quasi sessant’anni dalla prima edizione di questo romanzo, speriamo possano suscitare qualche interesse da parte dei nostri giovani (e non più giovani) lettori.
Ma gli inizi di Pea non furono narrativi. Approfittando della conoscenza di Giuseppe Ungaretti pubblicò il suo primo libro di poesie Fole (1910). A questo seguirono Montignoso (1912) e Spaventacchio (1914). Uno stile legato alla sua Versilia, alla sua terra selvaggia, che porterà poi nella prosa, ma arricchendola fino ad approdare a un espressionismo che altalena gioco di parole e la memoria autobiografica.
Questa impostazione poetica, come abbiamo riportato, la porterà nella prosa, tra sfumature fantastiche ed uso del dialetto. A cominciare dal Moscardino.
La prima edizione uscì nel 1922 (in verità sembra sia stato Giacomo Puccini, un altro nome di rilievo, ad interessarsi fino alla spasimo alla sua pubblicazione), ma la vera struttura costringerà il Pea ad una vera e propria diatriba intellettuale. Perché in realtà Moscardino è solo la prima parte di una struttura narrativa divisa in quattro parti. La seconda è Il volto santo, la terza Magoometto e la quarta Il servitore del diavolo. E il tutto prende il titolo de Il romanzo di Moscardino.
Anche editori di tutto rispetto hanno, in qualche modo, deviato dal piano narrativo di Pea, basti pensare all’edizione che del romanzo fu fatta da Einaudi negli anni settanta, voluta da Italo Calvino, che però era priva della terza parte chiamata Magoometto.
Noi, ad essere precisi, abbiamo scelto la prima parte, Moscardino, che però, come tutta l’edizione completa, prende il titolo dal soprannome del piccolo protagonista e racconta – tra autobiografia lirica, slanci mitico fantastici e un senso davvero speciale della narrazione – la storia della famiglia Pea e il rapporto con il leggendario nonno, dalla vita complicata come un errare di sogno in sogno per paesi diversi.
Ed anche con una moltiplicazione di personaggi, tutto importanti, che però all’inizio del romanzo, creano un po’ di confusione.
Diceva Ungaretti di Pea: Ha dei momenti che ti sorprendono per densità, proprietà, violenza, vastità di azzurro, per un’umanità intagliata in una parola tutt’ancora umida di terra – e brillante di rugiada – come un’erba spuntata a ridere nel sole, una mattina bella: come solamente Giotto e chi sa chi altro nel mondo hanno saputo fare.
Speriamo che tutti questi nomi eccelsi che abbiamo riportato (ma c’era pure Eugenio Montale e Alfonso Gatto) possano riportare dignità e correttezza letteraria ad Enrico Pea.




L’edizione da noi considerata è:

Enrico Pea
Moscardino
Vallecchi



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