RECENSIONI
David Bidussa
Dopo l'ultimo testimone
Einaudi, Pag.132 Euro 10,00
La storiografia quando ha un valore civile non consola, bensì pone domande...
Con un'analisi puntigliosa e stringente, che nulla concede ai luoghi comuni e alle facili retoriche, David Bidussa affronta il tema del destino della memoria della Shoah, delle trasformazioni e malformazioni che ha già subìto in questo breve tempo, e di quelle a cui essa andrà incontro a maggior ragione nel futuro, quando tutti i testimoni oculari saranno fisicamente scomparsi. Si interroga sui rischi opposti della 'sacralizzazione' e della 'trivializzazione' di un'esperienza con cui ci si confronta più sulla base di 'un senso di imbarazzo' che di un rigoroso uso della ragione.
Analizza in modo spietato il senso del Giorno della memoria, sfrondandolo da quegli apparati di solennità che tendono a relegarlo nel reliquiario dell'ipocrisia, a riparo della cattiva coscienza.
La memoria non è un accadimento, è un atto che si compie tra i vivi ed è volto a legare tra loro individui al fine di costruire una coscienza pubblica. La memoria ha un valore pragmatico, serve per fare...
Nota Bidussa che la memoria del genocidio ha avuto tempi lunghi, dovendo superare una fase di apparente rimozione. Il cammino non è facile. Lo ostacolano atteggiamenti come l'orgoglio della zona grigia, la presunta "saggezza" di chi non si è schierato, che però ha il suo fondamento teorico nel disprezzo della democrazia. Anche il meccanismo vittimario rischia di distogliere da un'autentica indagine storica, che va condotta a tutto tondo, studiando attentamente la macchina dello sterminio e le ragioni per cui ha potuto aver luogo. Un'analisi corretta porta a individuare la caratteristica nuova dello sterminio moderno: la macchina burocratica come luogo produttivo della storia. Vale a dire che il genocidio ebraico ha sfruttato il principio della catena di montaggio, organizzandosi in base ad un sistema di cooperazione: un sistema che consente la non responsabilità individuale dello sterminio.
Bidussa attinge ad un'accuratissima ed articolata bibliografia, quasi un libro nel libro, da cui estrae, come tessere di un mosaico, gli elementi da ricomporre e collegare, senza mai perdere il filo del suo ragionamento. Per dare completezza al quadro arriva a spaziare in ambiti diversi, come la guerra nei Balcani o le "purghe" nell'Unione sovietica. Ma sempre ritorna alla specificità del genocidio ebraico, come fatto unico nella storia. Per amore di chiarezza si prodiga a schematizzare e dividere per categorie, elencando per ogni concetto i diversi significati e i diversi piani di lettura. Anche se pecca a volte di ripetitività (non per pedanteria, credo, ma per passione morale) nel definire le differenze fra memoria e storia, e nel ribadire i criteri che devono guidare lo storico nel suo lavoro, riesce a concentrare in questo saggio una vasta panoramica sull'argomento, senza trascurare film e opere letterarie, poiché tutto ha a che fare con la costruzione della memoria.
Niente è già scritto. Dipenderà come si costruisce una riflessione civile sul rapporto tra storia e memoria. Perché ciò avvenga occorre che maturi una diversa consapevolezza del loro mestiere da parte degli storici e un modo consapevole e non spettacolaristico di raccontare.
di Giovanna Repetto
Con un'analisi puntigliosa e stringente, che nulla concede ai luoghi comuni e alle facili retoriche, David Bidussa affronta il tema del destino della memoria della Shoah, delle trasformazioni e malformazioni che ha già subìto in questo breve tempo, e di quelle a cui essa andrà incontro a maggior ragione nel futuro, quando tutti i testimoni oculari saranno fisicamente scomparsi. Si interroga sui rischi opposti della 'sacralizzazione' e della 'trivializzazione' di un'esperienza con cui ci si confronta più sulla base di 'un senso di imbarazzo' che di un rigoroso uso della ragione.
Analizza in modo spietato il senso del Giorno della memoria, sfrondandolo da quegli apparati di solennità che tendono a relegarlo nel reliquiario dell'ipocrisia, a riparo della cattiva coscienza.
La memoria non è un accadimento, è un atto che si compie tra i vivi ed è volto a legare tra loro individui al fine di costruire una coscienza pubblica. La memoria ha un valore pragmatico, serve per fare...
Nota Bidussa che la memoria del genocidio ha avuto tempi lunghi, dovendo superare una fase di apparente rimozione. Il cammino non è facile. Lo ostacolano atteggiamenti come l'orgoglio della zona grigia, la presunta "saggezza" di chi non si è schierato, che però ha il suo fondamento teorico nel disprezzo della democrazia. Anche il meccanismo vittimario rischia di distogliere da un'autentica indagine storica, che va condotta a tutto tondo, studiando attentamente la macchina dello sterminio e le ragioni per cui ha potuto aver luogo. Un'analisi corretta porta a individuare la caratteristica nuova dello sterminio moderno: la macchina burocratica come luogo produttivo della storia. Vale a dire che il genocidio ebraico ha sfruttato il principio della catena di montaggio, organizzandosi in base ad un sistema di cooperazione: un sistema che consente la non responsabilità individuale dello sterminio.
Bidussa attinge ad un'accuratissima ed articolata bibliografia, quasi un libro nel libro, da cui estrae, come tessere di un mosaico, gli elementi da ricomporre e collegare, senza mai perdere il filo del suo ragionamento. Per dare completezza al quadro arriva a spaziare in ambiti diversi, come la guerra nei Balcani o le "purghe" nell'Unione sovietica. Ma sempre ritorna alla specificità del genocidio ebraico, come fatto unico nella storia. Per amore di chiarezza si prodiga a schematizzare e dividere per categorie, elencando per ogni concetto i diversi significati e i diversi piani di lettura. Anche se pecca a volte di ripetitività (non per pedanteria, credo, ma per passione morale) nel definire le differenze fra memoria e storia, e nel ribadire i criteri che devono guidare lo storico nel suo lavoro, riesce a concentrare in questo saggio una vasta panoramica sull'argomento, senza trascurare film e opere letterarie, poiché tutto ha a che fare con la costruzione della memoria.
Niente è già scritto. Dipenderà come si costruisce una riflessione civile sul rapporto tra storia e memoria. Perché ciò avvenga occorre che maturi una diversa consapevolezza del loro mestiere da parte degli storici e un modo consapevole e non spettacolaristico di raccontare.
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