RECENSIONI
Tommaso Soldini
L'animale guida
Casagrande, Pag. 101 Euro 12,00
Non farò nomi. Ma c'è uno scrittore romano che si urta quando gli si parla di cucina etnica: nel senso che non vuole averne a che fare perché secondo lui ha già stufato. Torto o ragione l'idiosincrasia secondo me nasconde altro. Credo l'immobilità delle cose e la sua standardizzazione. Ancora: giorni fa ero ad una manifestazione dell'estate romana a Villa Gordiani. La serata, per me, è stata interamente devastata da un gruppo musicale del salento che ha eseguito per una buon'ora una serie di 'tarantate' da far uscire fuori di cervello anche quello più ben disposto.
Credo che la mia insopportazione sia cugina dell'urto per la cucina etnica dello scrittore romano.
Che voglio dire insomma: che si rischia la noia ed il vero e proprio rifiuto se si da per scontato una certa visione 'progressista' della cultura, soltanto perché l'evoluzione giusta e sacrosanta dei rapporti tra etnie diverse porta ad un continuo interscambio intellettuale.
E' come quando ci si chiede se sia giusto dire se un nero è stronzo o un ebreo è una testa di c...
Non dirlo sarebbe segno di un razzismo alla rovescia, un po' come quando il grande De Benedetti si chiedeva come mai nella prima lista redatta per la strage delle Fosse Ardeatine fossero stati esclusi, per soprannumero, otto ebrei su un totale di dieci persone. Come mai?
Discorso delicato che potrebbe non entrarci nulla col libro in questione. E invece in qualche modo c'entra. Perché Soldini, con un'operazione che non è consueta nel panorama letterario (e non perché sia momento 'rivoluzionario', ma perché nell'apparente schizofrenia dei contenuti – e vedremo perché – mostra un'impostazione non ordinaria) offre una visione del mondo così 'altra' così decentrata, che potrebbe, ai maliziosi, o a quelli che detestano la cucina etnica o le tarantate, apparire studiata e quindi per questo, viziata.
Si parlava prima di schizofrenia: certo, perché Soldini passa, con assoluta nonchalance, da un setting metropolitano per eccellenza (nel racconto Incroci a Bryant Park racconta di un nero e un ebreo che s'incontrano per giocare a backgammon sullo sfondo di una città, si dice sempre così, tentacolare come potrebbe essere New York), ad un'atmosfera diversa e contrapposta come per esempio nel racconto Primo impiego (davvero un piccolo capolavoro anche se la trama, una donna che abbandona il marito per un altro, può sembrare scontatissima) dove lo sfondo sono le vallate alpine ed ovviamente tutto il contorno geografico che a loro appartiene.
Gli altri due racconti che completano l'antologia (quindi solo quattro, per un totale di 101 pagine che ai più attenti ricorda le 'vecchie' cento pagine di einaudiana e calviniana memoria) completano il quadro di quella sorta di 'dissociazione' che invece è segno di una osservazione della realtà lontana dagli standard consueti, ma non per questo insopportabile come i piatti etnici.
La scrittura di Soldini è piana, ma mai banale, chiotta ma mai scontata con in più un 'afflato' psicanalitico che, soprattutto in un paio di occasioni, la rende ghiotta e per questo leggibile. Vorremmo vederlo alle prese con un romanzo. Lo aspettiamo.
di Alfredo Ronci
Credo che la mia insopportazione sia cugina dell'urto per la cucina etnica dello scrittore romano.
Che voglio dire insomma: che si rischia la noia ed il vero e proprio rifiuto se si da per scontato una certa visione 'progressista' della cultura, soltanto perché l'evoluzione giusta e sacrosanta dei rapporti tra etnie diverse porta ad un continuo interscambio intellettuale.
E' come quando ci si chiede se sia giusto dire se un nero è stronzo o un ebreo è una testa di c...
Non dirlo sarebbe segno di un razzismo alla rovescia, un po' come quando il grande De Benedetti si chiedeva come mai nella prima lista redatta per la strage delle Fosse Ardeatine fossero stati esclusi, per soprannumero, otto ebrei su un totale di dieci persone. Come mai?
Discorso delicato che potrebbe non entrarci nulla col libro in questione. E invece in qualche modo c'entra. Perché Soldini, con un'operazione che non è consueta nel panorama letterario (e non perché sia momento 'rivoluzionario', ma perché nell'apparente schizofrenia dei contenuti – e vedremo perché – mostra un'impostazione non ordinaria) offre una visione del mondo così 'altra' così decentrata, che potrebbe, ai maliziosi, o a quelli che detestano la cucina etnica o le tarantate, apparire studiata e quindi per questo, viziata.
Si parlava prima di schizofrenia: certo, perché Soldini passa, con assoluta nonchalance, da un setting metropolitano per eccellenza (nel racconto Incroci a Bryant Park racconta di un nero e un ebreo che s'incontrano per giocare a backgammon sullo sfondo di una città, si dice sempre così, tentacolare come potrebbe essere New York), ad un'atmosfera diversa e contrapposta come per esempio nel racconto Primo impiego (davvero un piccolo capolavoro anche se la trama, una donna che abbandona il marito per un altro, può sembrare scontatissima) dove lo sfondo sono le vallate alpine ed ovviamente tutto il contorno geografico che a loro appartiene.
Gli altri due racconti che completano l'antologia (quindi solo quattro, per un totale di 101 pagine che ai più attenti ricorda le 'vecchie' cento pagine di einaudiana e calviniana memoria) completano il quadro di quella sorta di 'dissociazione' che invece è segno di una osservazione della realtà lontana dagli standard consueti, ma non per questo insopportabile come i piatti etnici.
La scrittura di Soldini è piana, ma mai banale, chiotta ma mai scontata con in più un 'afflato' psicanalitico che, soprattutto in un paio di occasioni, la rende ghiotta e per questo leggibile. Vorremmo vederlo alle prese con un romanzo. Lo aspettiamo.
di Alfredo Ronci
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