RECENSIONI
Paolo Grugni
L'odore acido di quei giorni
Laurana editore, Pag. 284 Euro 16,50
Il romanzo di Paolo Grugni - ultima uscita dell'editore Laurana -squaderna senza troppe perifrasi una tesi non nuova sebbene oggettivamente terribile, almeno quanto aver fatto l'abitudine ad accettarla come plausibile, in sostanza, ad accettare di vivere nella condizione che denuncia: quella del progetto P2 come realtà presente e incarnata nel potere di S.B.
L'odore acido cui si riferisce il titolo è quello dei gas lacrimogeni che chiusero la stagione, da più parti (non qui) vituperata, degli anni Settanta. Quello è, ad avviso dell'autore, l'inizio della fine, il momento terminale in cui l'Italia ha dismesso il tentativo di diventare un Paese migliore di quello che è sempre stato – con gli esiti che sappiamo. L'assunto ci trova sostanzialmente d'accordo.
Con la repressione del movimento del '77 si preparano le basi per la deriva reazionaria in corso, favorita da un popolo pigro e svogliatamente feroce, i servizi segreti collaborano con l'estrema destra per far saltare con le bombe i desideri di un cambiamento che non ci sarà più se non in peggio. Tutto questo il romanzo lo dice in prima persona, attraverso la voce di Alessandro Bellezza, un ex chirurgo con spiccate simpatie a sinistra che viene a torto incriminato per favoreggiamento in una storia di bande armate, avendo soccorso un sindacalista dei Nuclei Armati Proletari – quindi processato ed espulso dall'ordine dei medici. L'uomo però non perde solo il lavoro, perché la moglie lo molla e si porta via i due figli. Considerato il passato, lo diremmo forse un po' ingenuo, o troppo buono; ma, nonostante la storia gli consenta di crescere, gli è che Bellezza è in realtà troppo giusto: e qui sta, ad avviso di chi scrive, il primo difetto del libro. Bellezza prima finisce nei guai per aver operato decine di brigatisti, poi, nel dicembre '76 lo vediamo – ora che gli hanno trovato il curioso mestiere di soccorrere animali finiti sotto le macchine nelle strade emiliane – correre in aiuto di una donna apparentemente senza vita. Scopriremo che la donna è un'infiltrata della polizia tra le fila di un'organizzazione di estrema destra ed è sfuggita a un tentativo di omicidio.
Dì lì prende avvio la storia. Mentre altre donne vengono fatte fuori e Radio Alice racconta quello che succede fra le strade e in Parlamento, le botte, i morti ammazzati, le bombe della "strategia della tensione", il narratore non manca di ricordare che è giustamente schifato dal Pci, ma che non cede alla violenza estremistica e perciò deplora Lotta Continua per le posizioni assunte nell'omicidio Calabresi. Rende bene il clima cupo del momento, questo sì, lo stato di polizia introdotto dalla "Legge Reale" di Cossiga; il plot è quello di un onesto e vigoroso ibrido fra giallo, noir e thriller, attraversato dai ripetuti e didascalici inserti di Radio Alice che ci tengono sull'avviso di quanto accade nel paese e alla lunga vien voglia di saltare. La documentazione è buona, le intenzioni pure, molte scene sono ben costruite e si fanno leggere con piacere – corpo, sangue, odori: non manca nulla insomma, ma resta la riserva su un personaggio che appare sempre dalla parte giusta – sul piano delle intenzioni, s'intende. E i santini in letteratura non pagano.
L'altra perplessità riguarda i dialoghi.
L'urgenza di dire suggerisce al narratore la scelta non sempre indovinata di farlo fare ai personaggi, se stesso compreso: ne derivano conversazioni inverosimili, in contesti poco appropriati. Penso a una scena, puramente fisica, in cui la poliziotta infiltrata tiene il suo uomo bloccato a terra con un braccio, e il contestuale dialogo appare del tutto improbabile; così come quello al telefono con la moglie stronza del protagonista da lei mollato: costui fa lunghe considerazioni sulla propria sofferenza dicendo, nel contesto di decine di righe di troppo, che a seguito dell'abbandono si è trovato "a vivere in un mondo in cui tutto mi pareva in ombra, a girare con la vista sfocata"... Anche altri esempi si potrebbero fare.
Ora, se un romanzo come questo si prefigge lo scopo di restituire il respiro vivo di un periodo storico - quando i meri fatti si conoscono – la riuscita dipende non poco dalla credibilità dei personaggi. E scrivere dialoghi attraverso i quali passano proposizioni improbabili toglie loro forza letteraria. Si corre persino il rischio di diventare pleonastici rispetto alla postfazione che riassume il senso di quegli anni. Il che per un romanzo è un bel paradosso, no?
di Michele Lupo
L'odore acido cui si riferisce il titolo è quello dei gas lacrimogeni che chiusero la stagione, da più parti (non qui) vituperata, degli anni Settanta. Quello è, ad avviso dell'autore, l'inizio della fine, il momento terminale in cui l'Italia ha dismesso il tentativo di diventare un Paese migliore di quello che è sempre stato – con gli esiti che sappiamo. L'assunto ci trova sostanzialmente d'accordo.
Con la repressione del movimento del '77 si preparano le basi per la deriva reazionaria in corso, favorita da un popolo pigro e svogliatamente feroce, i servizi segreti collaborano con l'estrema destra per far saltare con le bombe i desideri di un cambiamento che non ci sarà più se non in peggio. Tutto questo il romanzo lo dice in prima persona, attraverso la voce di Alessandro Bellezza, un ex chirurgo con spiccate simpatie a sinistra che viene a torto incriminato per favoreggiamento in una storia di bande armate, avendo soccorso un sindacalista dei Nuclei Armati Proletari – quindi processato ed espulso dall'ordine dei medici. L'uomo però non perde solo il lavoro, perché la moglie lo molla e si porta via i due figli. Considerato il passato, lo diremmo forse un po' ingenuo, o troppo buono; ma, nonostante la storia gli consenta di crescere, gli è che Bellezza è in realtà troppo giusto: e qui sta, ad avviso di chi scrive, il primo difetto del libro. Bellezza prima finisce nei guai per aver operato decine di brigatisti, poi, nel dicembre '76 lo vediamo – ora che gli hanno trovato il curioso mestiere di soccorrere animali finiti sotto le macchine nelle strade emiliane – correre in aiuto di una donna apparentemente senza vita. Scopriremo che la donna è un'infiltrata della polizia tra le fila di un'organizzazione di estrema destra ed è sfuggita a un tentativo di omicidio.
Dì lì prende avvio la storia. Mentre altre donne vengono fatte fuori e Radio Alice racconta quello che succede fra le strade e in Parlamento, le botte, i morti ammazzati, le bombe della "strategia della tensione", il narratore non manca di ricordare che è giustamente schifato dal Pci, ma che non cede alla violenza estremistica e perciò deplora Lotta Continua per le posizioni assunte nell'omicidio Calabresi. Rende bene il clima cupo del momento, questo sì, lo stato di polizia introdotto dalla "Legge Reale" di Cossiga; il plot è quello di un onesto e vigoroso ibrido fra giallo, noir e thriller, attraversato dai ripetuti e didascalici inserti di Radio Alice che ci tengono sull'avviso di quanto accade nel paese e alla lunga vien voglia di saltare. La documentazione è buona, le intenzioni pure, molte scene sono ben costruite e si fanno leggere con piacere – corpo, sangue, odori: non manca nulla insomma, ma resta la riserva su un personaggio che appare sempre dalla parte giusta – sul piano delle intenzioni, s'intende. E i santini in letteratura non pagano.
L'altra perplessità riguarda i dialoghi.
L'urgenza di dire suggerisce al narratore la scelta non sempre indovinata di farlo fare ai personaggi, se stesso compreso: ne derivano conversazioni inverosimili, in contesti poco appropriati. Penso a una scena, puramente fisica, in cui la poliziotta infiltrata tiene il suo uomo bloccato a terra con un braccio, e il contestuale dialogo appare del tutto improbabile; così come quello al telefono con la moglie stronza del protagonista da lei mollato: costui fa lunghe considerazioni sulla propria sofferenza dicendo, nel contesto di decine di righe di troppo, che a seguito dell'abbandono si è trovato "a vivere in un mondo in cui tutto mi pareva in ombra, a girare con la vista sfocata"... Anche altri esempi si potrebbero fare.
Ora, se un romanzo come questo si prefigge lo scopo di restituire il respiro vivo di un periodo storico - quando i meri fatti si conoscono – la riuscita dipende non poco dalla credibilità dei personaggi. E scrivere dialoghi attraverso i quali passano proposizioni improbabili toglie loro forza letteraria. Si corre persino il rischio di diventare pleonastici rispetto alla postfazione che riassume il senso di quegli anni. Il che per un romanzo è un bel paradosso, no?
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