RECENSIONI
Carlo Lucarelli
L'ottava vibrazione
La biblioteca di Repubblica/L'Espresso, Pag. 449 Euro 7,50
Più di qualcuno che ci segue con regolarità ci ha chiesto: voi che spesso parlate di noir come mai non recensite i romanzi di Lucarelli? Personalmente non impongo scelte redazionali pur essendo il coordinatore, ma forse è colpa mia. Lucarelli non mi è mai piaciuto. Eppure lo seguo dal 1993, da quando vinse il premio Alberto Tedeschi per il miglior giallo mondadori dell'anno, con una motivazione che allora mi sembrò zoppicante. Cito testualmente: per i personaggi perfettamente aderenti allo spirito dell'epoca, soprattutto nella figura del vicecommissario Marino, l'investigatore del romanzo, autentico e credibile travet della giustizia.
Per il sottoscritto era proprio Marino (tra l'altro protagonista di una trilogia in seguito ristampata pure da Einaudi) l'elemento zoppicante, insieme ad una superficiale ricostruzione storica (le vicende erano ambientante nel ventennio fascista) che rendeva il tutto appena passibile.
Non voglio fare lo storico di Lucarelli (ho altro a cui pensare) ma nemmeno la fase 'serial-killer' mi ha entusiasmato, anzi, m'è sempre apparsa una logica conseguenza delle richieste di mercato.
Insomma lo scrittore bolognese,come direbbero invece i toscani, 'un mi garba: avverto in lui una tensione che deriva esclusivamente dalla necessità del colpaccio, del poliziesco che rispetta sì certi canoni (e vorrei vedere), ma a volte straborda come se non bastasse l'elemento perturbante del delitto.
Approfitto dunque della ristampa, per le edizioni Repubblica/L'Espresso (fatte apposta per rendere gradevoli le estati sotto gli ombrelloni di milioni di italiani), de L'ottava vibrazione (uscì originariamente alla fine del 2008 per Einaudi/stile libero) per, secondo quanto ci scrivono i nostri lettori attenti, colmare una lacuna.
Certo, lo scrittore è cresciuto rispetto agli esordi, ha una pulizia narrativa pregevole ed alcuni momenti del romanzo sono perfettamente riusciti se non addirittura toccanti, ma questa storia ambientata ai primi del novecento nel periodo delle mire espansioniste italiane in Africa ed il finale riferimento alla tragedia di Adua non dissipa i miei dubbi sull'arte lucarelliana: qui addirittura l'autore sembra voler prendere per le corna il genere. Nel senso di combatterlo, non certo per sconfiggerlo, ma almeno per limitarne l'influenza (L'ottava vibrazione è una sorta di diario delle nefandezze umane, della tragedia degli uomini mandati a morire in guerre inutili, ma che contiene in sé, nella traccia di un carabiniere che indaga su un presunti serial-killer che uccide bambini, il 'vecchio' vizio dell'indagine poliziesca).
Scrive lo stesso Lucarelli nelle pagine finali di ringraziamento: Adesso, non so se sono riuscito a fare bene tutto quello che volevo, in questo libro. Di sicuro c'ho provato. E di sicuro, se non ci sono riuscito, visti tutti gli aiuti (ha chiesto aiuto anche al più grande storico italiano del colonialismo, Augusto Del Boca) e la fortuna che ho avuto, se egualmente non ci sono riuscito, insomma, allora è solo colpa mia.
Tranquillizziamolo: c'è riuscito, ma in parte. Dovrebbe scrollarsi di dosso quella tentazione tutta 'poliziesca' di cercare l'affondo, perdendo d'ambiguità. Quest'ultima arte suprema del noir. O della vita. Mettiamola così.
di Alfredo Ronci
Per il sottoscritto era proprio Marino (tra l'altro protagonista di una trilogia in seguito ristampata pure da Einaudi) l'elemento zoppicante, insieme ad una superficiale ricostruzione storica (le vicende erano ambientante nel ventennio fascista) che rendeva il tutto appena passibile.
Non voglio fare lo storico di Lucarelli (ho altro a cui pensare) ma nemmeno la fase 'serial-killer' mi ha entusiasmato, anzi, m'è sempre apparsa una logica conseguenza delle richieste di mercato.
Insomma lo scrittore bolognese,come direbbero invece i toscani, 'un mi garba: avverto in lui una tensione che deriva esclusivamente dalla necessità del colpaccio, del poliziesco che rispetta sì certi canoni (e vorrei vedere), ma a volte straborda come se non bastasse l'elemento perturbante del delitto.
Approfitto dunque della ristampa, per le edizioni Repubblica/L'Espresso (fatte apposta per rendere gradevoli le estati sotto gli ombrelloni di milioni di italiani), de L'ottava vibrazione (uscì originariamente alla fine del 2008 per Einaudi/stile libero) per, secondo quanto ci scrivono i nostri lettori attenti, colmare una lacuna.
Certo, lo scrittore è cresciuto rispetto agli esordi, ha una pulizia narrativa pregevole ed alcuni momenti del romanzo sono perfettamente riusciti se non addirittura toccanti, ma questa storia ambientata ai primi del novecento nel periodo delle mire espansioniste italiane in Africa ed il finale riferimento alla tragedia di Adua non dissipa i miei dubbi sull'arte lucarelliana: qui addirittura l'autore sembra voler prendere per le corna il genere. Nel senso di combatterlo, non certo per sconfiggerlo, ma almeno per limitarne l'influenza (L'ottava vibrazione è una sorta di diario delle nefandezze umane, della tragedia degli uomini mandati a morire in guerre inutili, ma che contiene in sé, nella traccia di un carabiniere che indaga su un presunti serial-killer che uccide bambini, il 'vecchio' vizio dell'indagine poliziesca).
Scrive lo stesso Lucarelli nelle pagine finali di ringraziamento: Adesso, non so se sono riuscito a fare bene tutto quello che volevo, in questo libro. Di sicuro c'ho provato. E di sicuro, se non ci sono riuscito, visti tutti gli aiuti (ha chiesto aiuto anche al più grande storico italiano del colonialismo, Augusto Del Boca) e la fortuna che ho avuto, se egualmente non ci sono riuscito, insomma, allora è solo colpa mia.
Tranquillizziamolo: c'è riuscito, ma in parte. Dovrebbe scrollarsi di dosso quella tentazione tutta 'poliziesca' di cercare l'affondo, perdendo d'ambiguità. Quest'ultima arte suprema del noir. O della vita. Mettiamola così.
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