RECENSIONI
Luiz Ruffato
Sono stato a Lisbona e ho pensato a te
LaNuovafrontiera, Pag. 94 Euro 12,00
Credo che ad un certo punto un lettore attento, di fronte alle vicende di questo libro, si ponga la seguente domanda: ma perché un brasiliano non capisce perfettamente la lingua di un portoghese?
Il buon senso ci porterebbe a pensare il contrario, ma l'incomprensione di etnie seppur simili (colonizzata e colonizzatrice?) aggrava il senso di disorientamento e di malessere della nostra società e dei nostri rapporti col prossimo.
Sergio, detto Serginho, dopo un matrimoni fallito, una moglie ricoverata in un clinica per matti, ed un figlio conteso, decide di abbandonare i luoghi della sua infanzia, precisamente Cataguases (Minas Gerais, Brasile) per tentare la fortuna in Portogallo. Vende quello che può e con il poco che si ritrova sbarca a Lisbona, nella speranza ultima di raggranellare un piccolo gruzzolo per poi tornare in patria ed offrire una speranza di vita almeno al figlio.
Sono stato a Lisbona e ho pensato a te è la storia di un fallimento, ma è soprattutto la storia di un uomo ingenuo, per nulla violento, che si accontenta del poco che gli viene offerto, ma che proprio a causa della sua bontà si ritrova a dover combattere una guerra tra poveri (Sheila, la prostituta brasiliana che lo circuisce facendogli credere di aver trovato una persona sensibile da frequentare, lo trascinerà in un affare losco nel quale dovrà impegnare il proprio passaporto; il suo datore di lavoro che lo licenzia, preferendo un ucraino, perché è arrivato alla conclusione che per servire ai tavoli di un ristorante è meglio essere biondi con gli occhi chiari) che lo porterà alla resa.
E' il mondo triste e deprimente dell'immigrazione: le pupille degli occhi gridarono la sua disperazione in un portoghese storpiato che nessuno capiva ma che tutti indovinammo, lo sconforto dell'immigrato che sa che questa vita non serve a nulla se non possiamo neanche essere sepolti dove siamo nati, e anche quelli che chattavano su Internet, sempre distanti dalle disgrazie altrui, si fermarono e all'improvviso scese un silenzio strano nella Western Union...
Una storia che dura davvero un battito di ciglia (poco meno di cento pagine), ma nella sua brevità è concentrata l'idea di un mondo in disfacimento dove prevale il cinismo e la legge del più forte, anzi del più furbo (e mi asterrei dal fare agganci alla contemporaneità, soprattutto italica).
Dice bene Gian Luigi De Rosa nella postfazione: Nella versione originale, il miraggio di parlare la stessa lingua si frantuma parola dopo parola. Dalle interazioni, dai dialoghi si capisce che i fraintendimenti tra lusofoni: portoghesi, brasiliani, angolani, saotomensi, capoverdiani ecc, non sono dovuti esclusivamente a differenze di tipo lessicale...
Aggiunge che in realtà sono gli usi discorsivi-argomentativi a creare il fossato: a questa problematicità tecnica ci piacerebbe pensare che lo scrittore abbia voluto aggiungere una incomunicabilità di fondo che ormai pervade l'intero consesso civile.
Ripetiamo: nella sua brevità Ruffato ha raggiunto lo scopo di raccontare quel che è sotto gli occhi di tutti, ma spesso, nella sua semplicità, lo si vuol negare.
di Alfredo Ronci
Il buon senso ci porterebbe a pensare il contrario, ma l'incomprensione di etnie seppur simili (colonizzata e colonizzatrice?) aggrava il senso di disorientamento e di malessere della nostra società e dei nostri rapporti col prossimo.
Sergio, detto Serginho, dopo un matrimoni fallito, una moglie ricoverata in un clinica per matti, ed un figlio conteso, decide di abbandonare i luoghi della sua infanzia, precisamente Cataguases (Minas Gerais, Brasile) per tentare la fortuna in Portogallo. Vende quello che può e con il poco che si ritrova sbarca a Lisbona, nella speranza ultima di raggranellare un piccolo gruzzolo per poi tornare in patria ed offrire una speranza di vita almeno al figlio.
Sono stato a Lisbona e ho pensato a te è la storia di un fallimento, ma è soprattutto la storia di un uomo ingenuo, per nulla violento, che si accontenta del poco che gli viene offerto, ma che proprio a causa della sua bontà si ritrova a dover combattere una guerra tra poveri (Sheila, la prostituta brasiliana che lo circuisce facendogli credere di aver trovato una persona sensibile da frequentare, lo trascinerà in un affare losco nel quale dovrà impegnare il proprio passaporto; il suo datore di lavoro che lo licenzia, preferendo un ucraino, perché è arrivato alla conclusione che per servire ai tavoli di un ristorante è meglio essere biondi con gli occhi chiari) che lo porterà alla resa.
E' il mondo triste e deprimente dell'immigrazione: le pupille degli occhi gridarono la sua disperazione in un portoghese storpiato che nessuno capiva ma che tutti indovinammo, lo sconforto dell'immigrato che sa che questa vita non serve a nulla se non possiamo neanche essere sepolti dove siamo nati, e anche quelli che chattavano su Internet, sempre distanti dalle disgrazie altrui, si fermarono e all'improvviso scese un silenzio strano nella Western Union...
Una storia che dura davvero un battito di ciglia (poco meno di cento pagine), ma nella sua brevità è concentrata l'idea di un mondo in disfacimento dove prevale il cinismo e la legge del più forte, anzi del più furbo (e mi asterrei dal fare agganci alla contemporaneità, soprattutto italica).
Dice bene Gian Luigi De Rosa nella postfazione: Nella versione originale, il miraggio di parlare la stessa lingua si frantuma parola dopo parola. Dalle interazioni, dai dialoghi si capisce che i fraintendimenti tra lusofoni: portoghesi, brasiliani, angolani, saotomensi, capoverdiani ecc, non sono dovuti esclusivamente a differenze di tipo lessicale...
Aggiunge che in realtà sono gli usi discorsivi-argomentativi a creare il fossato: a questa problematicità tecnica ci piacerebbe pensare che lo scrittore abbia voluto aggiungere una incomunicabilità di fondo che ormai pervade l'intero consesso civile.
Ripetiamo: nella sua brevità Ruffato ha raggiunto lo scopo di raccontare quel che è sotto gli occhi di tutti, ma spesso, nella sua semplicità, lo si vuol negare.
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