RECENSIONI
Honoré de Balzac
Trattato della vita elegante
Piano B, Pag. 112 Euro 12,00
Che meravigliosa provocazione ripubblicare il Trattato della vita elegante di Balzac di questi tempi. Un plauso al curatore Alex Pietrogiacomi e al realizzatore della veste grafica e dei disegni interni Massimiliano Mocchia di Coggiola. Un libro che è un vademecum per la contemporaneità avvilita e afflitta. Soprattutto, una folgorazione storica. Il grande scrittore francese, col suo solito piglio, partendo dalla forma (che è sostanza), sciorina un piccolo capolavoro del gusto.
Una difesa intelligente e sagace di un modo di porsi di fronte all'esistenza che, se guardata con gli occhi del tempo in cui venne pubblicato, il 1830, spiega tante cose. C'era stata la Rivoluzione Francese. Poi erano seguiti la Restaurazione. Napoleone. Il Congresso di Vienna. Il dado era stato tratto. La borghesia aveva rimpiazzato l'aristocrazia alla guida degli stati nazione. I re avevano dovuto accettare, quasi ovunque, le monarchie costituzionali. Balzac, ispirato più che mai, osserva la società del tempo e ci illumina. La rivoluzione francese, dice, è servita a una classe (gli odiati borghesi che idolatrano il lavoro): "la grande lotta del diciottesimo secolo non era che un duello fra il terzo stato e gli ordini costituiti. Il popolo era solo l'aiutante dei più furbi". Quest'ultimo, sotto il dominio borghese, è tornato a svolgere il suo ruolo di manovalanza. L'aristocrazia langue, osserva. I particolari di questo stravolgimento si evidenziano dal portamento, dall'abbigliamento. Si è formata una catena quasi comica. Il borghese al potere tenta di imitare l'eleganza aristocratica. Il borghese a sua volta crea un modello che il popolo brama di seguire (il servilismo dei servi). Un gran pasticcio. Balzac, allora, per sgombrare il campo da ulteriore confusione, suddivide gli esseri umani in tre categorie: l'uomo che lavora, l'uomo che pensa, l'uomo che non fa niente.
Va da sé che lo scrittore parteggi per quest'ultima categoria. Ma il suo non è un parteggiare preconcetto. Nell'uomo che non fa niente si avvertono i germi d'una intelligenza libera (di spirito), che conosce l'arte di "non far niente come gli altri, dando l'impressione di far tutto come loro". Sa far "valere le sue ricchezze" che non sono quelle materiali. L'eleganza dell'uomo che non fa niente è quella a cui basta un tocco, un particolare per rendere bello qualcosa ("una saliera di Benvenuto Cellini, pagata quanto il riscatto di un re, spiccava spesso su una tavola circondata da panche"). La volgarità, per Balzac, non appartiene totalmente a una classe sociale. La vera eleganza è quella dello spirito libero che sa di esserlo. Il modello borghese ha imposto quello dell'uomo che lavora, dell'uomo che è il suo lavoro, e che di conseguenza imposta un'esistenza su un'estetica fatta di abiti costosi (a imitazione di quelli aristocratici), ricercati. Spesso volgari, inutili. Eccezione a questa volgarità è il dandy, l'artista consapevole. Ma anche lì, senza generalizzare. Balzac è spietato sul suo (e sul nostro) tempo: "solo chi ha l'esistenza assicurata può studiare, osservare, confrontare, è il ricco che sbandiera la tendenza all'invadenza insita nell'animo umano a profitto della sua intelligenza; e allora la triplice potenza del tempo, del denaro e del talento gli garantisce il monopolio del dominio; perché l'uomo armato di pensiero ha sostituito quello bardato di ferro. Il male ha perso di forza espandendosi; l'intelligenza è diventata il perno della nostra civiltà; questo è tutto il progresso comprato con il sangue dei nostri padri".
L'uomo elegante, con la sola presenza, con appena un ghirigoro in più, può dimostrarci tutto questo, spetta a noi riconoscerlo, oppure esserlo. A prescindere dalla condizione sociale. Perché l'uomo libero, chioso, è colui che si sente tale (e sa di esserlo), non che brama modelli altrui. E l'abito fa il monaco, altro che.
di Adriano Angelini Sut
Una difesa intelligente e sagace di un modo di porsi di fronte all'esistenza che, se guardata con gli occhi del tempo in cui venne pubblicato, il 1830, spiega tante cose. C'era stata la Rivoluzione Francese. Poi erano seguiti la Restaurazione. Napoleone. Il Congresso di Vienna. Il dado era stato tratto. La borghesia aveva rimpiazzato l'aristocrazia alla guida degli stati nazione. I re avevano dovuto accettare, quasi ovunque, le monarchie costituzionali. Balzac, ispirato più che mai, osserva la società del tempo e ci illumina. La rivoluzione francese, dice, è servita a una classe (gli odiati borghesi che idolatrano il lavoro): "la grande lotta del diciottesimo secolo non era che un duello fra il terzo stato e gli ordini costituiti. Il popolo era solo l'aiutante dei più furbi". Quest'ultimo, sotto il dominio borghese, è tornato a svolgere il suo ruolo di manovalanza. L'aristocrazia langue, osserva. I particolari di questo stravolgimento si evidenziano dal portamento, dall'abbigliamento. Si è formata una catena quasi comica. Il borghese al potere tenta di imitare l'eleganza aristocratica. Il borghese a sua volta crea un modello che il popolo brama di seguire (il servilismo dei servi). Un gran pasticcio. Balzac, allora, per sgombrare il campo da ulteriore confusione, suddivide gli esseri umani in tre categorie: l'uomo che lavora, l'uomo che pensa, l'uomo che non fa niente.
Va da sé che lo scrittore parteggi per quest'ultima categoria. Ma il suo non è un parteggiare preconcetto. Nell'uomo che non fa niente si avvertono i germi d'una intelligenza libera (di spirito), che conosce l'arte di "non far niente come gli altri, dando l'impressione di far tutto come loro". Sa far "valere le sue ricchezze" che non sono quelle materiali. L'eleganza dell'uomo che non fa niente è quella a cui basta un tocco, un particolare per rendere bello qualcosa ("una saliera di Benvenuto Cellini, pagata quanto il riscatto di un re, spiccava spesso su una tavola circondata da panche"). La volgarità, per Balzac, non appartiene totalmente a una classe sociale. La vera eleganza è quella dello spirito libero che sa di esserlo. Il modello borghese ha imposto quello dell'uomo che lavora, dell'uomo che è il suo lavoro, e che di conseguenza imposta un'esistenza su un'estetica fatta di abiti costosi (a imitazione di quelli aristocratici), ricercati. Spesso volgari, inutili. Eccezione a questa volgarità è il dandy, l'artista consapevole. Ma anche lì, senza generalizzare. Balzac è spietato sul suo (e sul nostro) tempo: "solo chi ha l'esistenza assicurata può studiare, osservare, confrontare, è il ricco che sbandiera la tendenza all'invadenza insita nell'animo umano a profitto della sua intelligenza; e allora la triplice potenza del tempo, del denaro e del talento gli garantisce il monopolio del dominio; perché l'uomo armato di pensiero ha sostituito quello bardato di ferro. Il male ha perso di forza espandendosi; l'intelligenza è diventata il perno della nostra civiltà; questo è tutto il progresso comprato con il sangue dei nostri padri".
L'uomo elegante, con la sola presenza, con appena un ghirigoro in più, può dimostrarci tutto questo, spetta a noi riconoscerlo, oppure esserlo. A prescindere dalla condizione sociale. Perché l'uomo libero, chioso, è colui che si sente tale (e sa di esserlo), non che brama modelli altrui. E l'abito fa il monaco, altro che.
di Adriano Angelini Sut
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