Racconti

Testuggine
Lui l'avrebbe chiamata così. Altro che i bei nomi di principi e ammiragli, l'isola che non c'era e poi ci fu e che oggi ancora non c'è e forse domani tornerà.
Lì, a nemmeno duecento braccia di mare una mattina t'appare e ti dici: cos'è? Galleggia? Affonda?
Segni della croce, fiumi di rosari, interrogazioni di vetuste quanto inutili mappe marine. Testa ciondoloni, sconforto, un po' di euforia in qualche altro. Tutti gobbi a compulsare i professoroni venuti da fuori, per trarsi d'impaccio, darci una ragione.

Natale a Città del Capo
S'era incazzato come una bestia.
Franco era sempre incazzato. A volte più del solito e quella volta s'era incazzato come una bestia. Aveva preso quel figlio di troia e l'aveva scaraventato contro la finestra che dava sul cortile. Un casino. Il vetro era esploso e le schegge avevano fatto un macello sul corpo del figlio che, coperto di sangue, s'era messo a strillare come un ossesso. S'era salvato perché la finestra stava a piano terra e perché Emma era uscita dalla camera da letto e,

Il bambino sputa latte.
Nell'aprile del 1938 nacque un bambino che non riuscirono mai a battezzare perché ogni volta che sua madre lo portava in chiesa per la cerimonia, lui iniziava a sputare latte e il parroco del paese non tollerava che gli si sporcasse il pavimento della sacrestia.
Nel frattempo la città nella quale nacque il bambino sputalatte stava passando alla storia perché durante la guerra fu rasa al suolo. I morti furono centinaia di migliaia. La chiesa fu distrutta, anche sua madre fu ammazzata.

Mini trilogia
Passione
Anche se stavano insieme ormai da molti anni, capitava raramente che potessero dormire insieme. Ma quella notte erano riusciti a prendersela, una notte intera, un miracolo. E a casa di lui dove, per ovvie ragioni, non potevano vedersi mai. Erano sempre innamorati come due ragazzi. E quella notte erano stati, se possibile, ancora più felici.

Resistenza al presente
Non so nemmeno io com'è iniziato.
Com'è che ho cominciato a ingarbugliarmi, a diventare rossa.
Giravo per la strada, camminavo e lavoravo, ma le prospettive si erano modificate in modo radicale. Era un mondo fatto di carta di giornale in cui tutto si stropicciava in un istante.
Di punto in bianco mi sono ritrovata nel pieno di una colossale sbornia.
Era così assurda questa situazione, che la negavo categoricamente.

A bassa voce.
A bassa voce. A luci ferme. Come deve essere.
Guardai la mammella della ragazza che si disegnava sotto il camicione.
Aveva capelli rossi lunghissimi, brucianti, e la pelle del colore del marmo si disfaceva a quel calore.
Ebbi un guizzo molle al basso ventre e provai l'ebbrezza di abitare il suo desiderio là, dentro la luce squadrata.

Allo Zoo di Berlino
Dopo due anni di lavoro continuato finalmente stavamo per partire per una breve vacanza. Che ci era stata regalata per fortuna, noi non ci avevamo pensato a fermarci, neanche per un paio di giorni, andare da qualche parte, vedere qualcosa. Ma come cazzo avevamo fatto?
Atterrammo a Berlino, e subito entrammo nel fiume calmo della città, subito ci prendemmo la nostra quotidianità, come se dovessimo viverci per sempre.
Ci dimenticammo di tutto, tenemmo solo a ricordarci che era la nostra vacanza, i nostri giorni di assoluta libertà, e così dovevamo essere e sentirci.

La valigia di cartone
Un accumulo di parole affastellate in frasi secche, da ciclostile, nella lettera stropicciata, eppure familiare nella grafia, abituale nelle richieste. Sulla carta irrompono le luci dei lampioni preserali, la finestra spalancata nella stanza. Seduto sul letto stringe la lettera fra le dita mentre fissa a tratti le mani, distese sulle gambe, e il pendolo piccolo, contraffatto disposto con meticolosa precisione al centro del comò, decide così se andare o lasciarsi scivolare le parole. Dopo aver comprato i biglietti, dopo aver sistemato la valigia, dopo essersi vestito di tutto punto.

Los Angeles skyline
Il giovane messicano stava piazzando dosi già da un'ora prima del tramonto quando Tommy Marcano lo beccò. Era un ragazzo sui ventidue anni magrissimo, con una peluria grigia al posto dei veri baffi e le braccia ricoperte da tatuaggi religiosi. Prima di uscire in strada quella sera, aveva promesso a Mary Jane che sarebbe stata l'ultima volta. Ora aveva un lavoro onesto, e mai e poi mai avrebbe permesso che il piccolo Juan crescesse come suo padre. L'ultima volta. Lo aveva giurato. Solo per liberarsi di tutta la roba che c'era in casa, e poter chiudere per sempre con tutto quanto.

Sottofondo
Il signor Ettore Prosperi si trovava a metà strada dal cimitero del Santo Spirito. Grattandosi distrattamente la testa liscia e canuta si accorse - per l'ennesima volta nella sua lunga vita - di essersi dimenticato la cravatta. Era una cosa che accadeva spesso. Nonostante il volto contrito, l'abito scuro e la voglia di essere triste, più triste che mai, il fatto dell'assenza della cravatta destava sempre un certo sbigottimento tra gli altri invitati nei vari funerali a cui aveva preso parte. Come se di sole forme si vivesse, e di sole forme si continuasse a vivere anche dopo che un altro avvenimento - più grande e misterioso - entrava nelle nostre vite.
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